Non sono una grande appassionata di super alcolici. Quando esco con gli amici mi limito ad un Gin Tonic, anzi, il più delle volte ad un analcolico a base di lamponi o frutti esotici.
Ho sempre visto di mal occhio questo mondo. Nonostante siano “super” non mi entusiasmano come un bicchiere di vino. Ma qualche sera fa, seduta al bancone di uno dei locali più specializzati nei cocktail della città, ho cambiato idea.

Il bancone di Chorus Cafè
Il Ristorante del Chorus Cafè

Il locale in questione è il Chorus Cafè e il barman Massimo D’Addezio, premiato dall’Espresso come Miglior Bar Manager D’Italia nel 2008 ed ora docente della Chorus Accademy –  che il 2 Ottobre inizia il suo primo corso –  e volto di GamberoRosso channel.

Massimo D’Addezio


Ecco, Massimo con shaker e bottiglia alla mano, mi inizia a raccontare la storia dell’evoluzione dell’alcol in America, storia che raggiunge il suo apice tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Chips, olive, mandorle e verdure croccanti

E mentre parla prepara qualche assaggio da bere e mangiare. Sì perchè Massimo ama il concetto del mangia e bevi. “I Cocktail – dice – vanno dove il vino non può andare. Io li bevo accanto ad uno spaghetto, un hamburger, qualsiasi cosa.”

Partiamo con lui, il French 75:

French 75 & Tartare di orata e limone

“Nasce in America dopo la fine della Prima Guerra Mondiale: le truppe statunitensi di ritorno dall’Europa portano con loro il Cognac. Gli Statunitensi bevevano Gin. D’altra parte hanno un palato in evoluzione e cominciano a raffinarsi. Il New Orleans, a partire dal 1918, apre le porte all’Europa e accoglie numerosi prodotti del Vecchio Continente fra i quali il Cognac, portato dai Francesi. E’ così che, al termine della guerra, gli americani inventano un cocktail in onore dei Francesi a base di Cognac, zucchero e Champagne.
Il suo nome è French 75: i Francesi, infatti, avevano ideato una sorta di carroarmato munito di cannone calibro 75.

Di lì a poco, in seguito ad un’epidemia di Fillossera, le scorte di Cognac si esauriscono e quest’ultimo viene ad essere sostituito dal Gin. Ecco allora che nasce l’attuale French 75. Il bar dove nacque esiste ancora, nascosto in una traversa di Bourbon Street.”
Mentre Massimo prepara il cocktail lo chef Andrea Sangiuliano dalla cucina ci porta una tartare di orata e limone. In entrambi i casi – cocktail e tartare – c’è un elemento acido. Qui tutto ruota intorno alla salivazione. L’alcol pulisce la bocca lasciando il profumo effervescente dello Champagne, come di crosta di pane leggera – così dice poeticamente Massimo.

Si passa al Negroni:

Negroni & Polpette di bollito

“Sempre tra la fine della Prima e l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, in Italia, a Firenze per la precisione, il Conte Camillo Negroni ordina al suo barman di fiducia, Fosco Scarselli, un Americano in cui al posto dell’acqua gassata c’è il Gin che scoprì proprio durante il suo soggiorno in America. Gin, Bitter Campari e Vermut rosso sono gli elementi del nuovo Americano del Conte. A quel punto, gli altri clienti, incuriositi, chiedono l’Americano alla maniera del Negroni e così nasce il Negroni. Nota è una lettera in cui al Conte si raccomanda di bere meno di 25 Negroni al giorno – un tempo il bicchiere da Negroni era più piccolo.”
Accanto al Negroni vengono servite le polpette di bollito con salsa verde. Era necessaria una nota grassa con una base dolciastra: l’alcol porta via il grasso del fritto mentre l’amaro pulisce e fa partire la digestione.

Concludiamo con il Martini Cocktail:

Martini Cocktail & Panino al foie gras, mostarda di fichi e pistacchio

“Dopo la fine del proibizionismo, negli anni ’30, scoppia la guerra: l’alcol diminuisce ma la voglia di bere rimane. Si inizia, allora, a bere più forte e nasce il cocktail Martini.
 Il termine Martini è un caso di omonimia fra una casa produttrice di una tipologia di vermut e il cocktail stesso. In realtà, infatti, il nome del cocktail non deriva da questo Vermut ma dal paesino in cui fu inventato, Martinez. A quel tempo si componeva di Gin, Vermut, Bitter orange e Maraschino. Era estremamente carico: veniva preparato con 2 parti di vermut e 8 di gin. C’è ghiaccio, gin e vermut dry.
Nel 1950, poi, arriva la vodka che, solo in piccola parte, prende il posto del gin, padrone indiscusso del Martini. Il vodka martini è una piccola eccezione alla regola.

Attenzione: non deve esserci acqua residua dallo scioglimento del ghiaccio nella coppa. I bicchieri provengono dal freezer e le olive dal frigo così da non intaccare la temperatura interna del liquido.”
E poi ci sono loro, le tre olive verdi. Massimo mi racconta anche la storia delle Three olives lunch Martini“questo cocktail, ossia il Martini con lo spiedino di olive, nasce a Wall Street per sfamare i rampanti economi che non avevano tempo di pranzare ma solo di buttar giù un cocktail. Le tre olive costituivano il loro, ipocalorico, pasto.”
In abbinamento al Cocktail Martini che è estremamente alcolico lo chef presenta un’estremamente grassa scaloppa di foie gras: si incontrano due mondi opposti e complementari. La scaloppa è servita dentro un panino, dolce anch’esso, con un velo di mostarda di fichi.

Mojito Criollo n.2 & Calamaro arrosto, zucchine, stracciatella e ‘nduja

Devo confessarvi che ho provato un quarto cocktail a base di gin, il Mojito Criollo n.2. Si tratta di un classico mojito dove al posto del Rhum troverete il gin. E l’ho sorseggiato affianco ad un calamaro arrosto con zucchine, stracciatella e ‘nduja. Approvato.

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